Hybrid Warfare: la partita di Mosca e Pechino in Africa

Hybrid Warfare: la partita di Mosca e Pechino in Africa

Abstract

Le attività di guerra ibrida condotte da attori ostili, in particolare la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese, nella regione del Mediterraneo Allargato hanno registrato un incremento in termini di numero, portata e pericolosità nell’ultimo decennio. Le strategie di Hybrid Warfare russe e cinesi seguono direttrici precise. In primo luogo, la dimensione politica è orientata a legittimare e proteggere classi dirigenti in chiave antioccidentale, acuendo il loro allontanamento dell’Europa. Sul piano economico, le tattiche ibride perseguono l’interdizione all’accesso alle risorse per le imprese occidentali e la militarizzazione delle materie prime critiche, danneggiando la capacità tecnologica e industriale euro-atlantica. In ambito informativo, le minacce ibride hanno come obiettivo incentivare la diffusione di narrative avverse all’Occidente all’interno della società civile africana. Infine, il supporto militare, logistico e addestrativo a proxy e attori statali consente di attivare minacce asimmetriche a infrastrutture critiche, sul modello delle operazioni condotte dalle milizie Houthi nel Mar Rosso.

Introduzione

L’utilizzo di tattiche di guerra ibrida nell’area del Mediterraneo da parte di attori ostili, in particolare Russia e Cina, ha subito una accelerazione significativa a partire dal 2011, anno dello scoppio delle cosiddette “Primavere Arabe” e della guerra civile libica. [1] Da quel momento, un’ondata di destabilizzazione ha colpito lo spazio nordafricano e saheliano, portando alla contrapposizione tra governo di Tripoli e governo di Tobruk in Libia, al susseguirsi di colpi di Stato militari in Mali, Burkina Faso e Niger e alla deflagrazione della guerra civile in Sudan. [2] In parallelo, l’invasione russa dell’Ucraina e il seguente raffreddamento dei rapporti con il blocco euro-atlantico ha portato il Cremlino ad incrementare il volume e la profondità dei rapporti con i Paesi del bacino Mediterraneo al triplice scopo di evitare l’isolamento, diversificare la rete di relazioni politico-economiche e costruire un fronte antioccidentale nel vicinato meridionale dell’Europa. In tal senso, la Russia e gli altri attori ostili hanno saputo capitalizzare gli elementi di vulnerabilità generati dalle insurrezioni armate e dal terrorismo, aumentando il proprio grado di influenza ed allontanando politicamente ed economicamente l’Africa dall’Europa.

Appare necessario distinguere lo spettro ed il contesto strategico delle diverse attività Hybrid Warfare condotte da Russia e Cina nella regione del Mediterraneo Allargato. Infatti, l’espansione delle minacce ibride russe in Africa va intesa come necessità scaturita dagli impatti della guerra di aggressione ai danni dell’Ucraina. L’obbiettivo è quello di allargare il fronte del conflitto sul fianco meridionale della NATO nel tentativo di esercitare forme di pressioni complementari rispetto a quelle scaturite dall’Europa orientale ed agevolare dispersione di risorse, sindromi da accerchiamento e paralisi decisionali. [3]

Viceversa, le hybrid threaths cinesi si presentano meno esplicite ed hanno subito una radicalizzazione, in risposta all’acuirsi della competizione globale con gli Stati Uniti. Le attività di hybrid warfare, infatti, non vanno confuse con la semplice penetrazione economica, politica e culturale cinese nel Mediterraneo Allargato, risalenti all’inizio degli anni ‘70.[4] La crescita dell’influenza cinese in Africa si è realizzata grazie a numerosi fattori di convenienza economica e di abilità narrativa. L’inversione di tendenza e il passaggio da un approccio puramente competitivo, seppur pacifico, ad uno conflittuale sono avvenuti in concomitanza dell’inasprimento dei rapporti tra Washington e Pechino e nel contesto della rivalità egemonica globale. [5] Oggi la Cina vanta una posizione dominante nel vicinato europeo meridionale ed una penetrazione economica considerevole nel Mediterraneo Allargato tale da rafforzare i fattori abilitanti di cui sopra. In sintesi, la progressiva adozione cinese di un approccio esclusivo nella regione rende i suoi strumenti di proiezione politica, economica, informativa e culturale armi di guerra ibrida.

Putinismo Africano

Con riferimento all’Hybrid Warfare attualmente in corso nella regione, l’attore che ha dimostrato maggiore dinamismo e pervasività è il Cremlino. L’approccio russo, sintetizzabile nel “Pacchetto Wagner”, consiste nella fornitura, attraverso proxy, di specifici servizi politici, informativi, economici e securitari. [6] Le compagnie militari private (PMC) russe, infatti, rappresentano la leva attraverso la quale fornire l’addestramento di definite unità militari dei Paesi africani, garantendo supporto contro movimenti di insurrezione e impiegando regole di ingaggio meno restrittive rispetto alle forze armate regolari europee, ai danni della popolazione civile.[7] Le PMC, oltre ad occuparsi della protezione di siti sensibili – ed esponenti della leadership politico-militare – costituiscono un vettore per la penetrazione delle società energetiche e minerarie russe nei Paesi della regione che, grazie ai contatti con le reti criminali internazionali, riescono commercializzare illegalmente risorse altrimenti sanzionate. [8]

La dimensione della guerra e della minaccia ibrida da considerare nell’area del Mediterraneo attiene alla sfera più squisitamente securitaria. Nello specifico, nell’ottica espansiva della presenza russa nella regione attraverso le direttrici della guerra ibrida – influenza politica, economica, informativa e militare – il sostegno ad attori statali e non statali antioccidentali non può prescindere dal supporto alla loro crescita logistica, operativa ed offensiva.

La fornitura di sistemi d’arma e addestramento catalizza il rischio che essi portino minacce dirette ad obbiettivi e interessi europei. Merita attenzione la lezione tattica e strategica proveniente dal Medioriente e dal ruolo dei proxy iraniani nel teatro delle tensioni che coinvolgono la regione. In particolare, gli Houthi, con le loro campagne missilistiche per demolire le infrastrutture energetiche saudite e le rotte commerciali transitanti nel Mar Rosso, hanno provocato un evidente danno economico all’Europa, evidenziando la vulnerabilità latente delle catene di valore e dell’approvvigionamento energetico. [9]

In tale contesto, dunque, non può essere ignorata la possibilità che, grazie al supporto sino-russo, i proxy libici o dell’Africa saheliana arrivino a disporre di un ventaglio capacitivo tale da minacciare le rotte economiche nel Mediterraneo, i cavi sottomarini e le infrastrutture energetiche che hanno rimpiazzato nel mercato europeo le quote in precedenza detenute dal Cremlino.

Applicando le strategie di Hybrid Warfare alla dimensione politica, Mosca assicura legittimità e riconoscimento politico internazionale – nonché accesso alle reti commerciali globali – ad attori statali e para-statali, come nel caso del governo di Tobruk o delle RSF in Sudan. La strategia insita nel “Pacchetto Wagner” mira a costruire una rete di rapporti stabili tra soggetti ed attori isolati o sanzionati dai Paesi dell’asse euro-atlantico, contribuendo in tal modo a rafforzare il potere di attori politici antioccidentali mossi dall’interesse comune di destrutturare la governance regionale atlantista. A riguardo, basti pensare al ritiro dei contingenti militari europei e statunitensi imposto dalle giunte militari nigerine, maliane e burkinabé. [10] Le stesse, successivamente, hanno respinto le pressioni prevenienti dalla Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) al fine di avviare la transizione democratica, strutturando forme di cooperazione regionale alternative, come l’Alleanza degli Stati del Sahel. [11] Questa, fondata sul patto di mutua difesa tra Bamako, N’Djamena e Ouagadougou, ha l’obiettivo di contrastare interventi militari esogeni per ristabilire una governance di stampo democratica. [12]

Il megafono di Beijing: la guerra informativa

L’approccio strategico ibrido si rileva anche nella cosiddetta guerra informativa. Tale tattica si manifesta in attività d’influenza e campagne di disinformazione tese ad esacerbare sentimenti antioccidentali nella società civile e rafforzare la narrativa di potere portata avanti dalle élite africane allineate con Mosca e Pechino. Solo nel 2023 sono state registrate ben 189 campagne di disinformazione che hanno coinvolto circa 400 milioni di cittadini.[13] Di queste, 72 hanno preso di mira 13 Paesi dell’Africa occidentale e saheliana e 15 hanno avuto come target 5 Paesi dell’Africa settentrionale e mediterranea.

In tema di influenza dell’ambiente informativo, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) mette in atto una varietà di modi volti ad imporre la propria narrazione, in aperto contrasto con quella del blocco euro-atlantico, che variano dalla formazione di giornalisti e redattori africani all’acquisto di quote di proprietà di società locali attive nel settore dell’informazione fino alla vendita di tecnologia cinese finalizzata al controllo delle informazioni digitali. [14]

Il controllo dell’ambiente informativo, in un contesto di crescente competizione internazionale, rappresenta una minaccia sostanziale alla sicurezza dei regimi democratici, per i quali la libera circolazione di notizie attendibili e verificate, rappresenta un elemento strutturale irrinunciabile. La strategia cinese, eludendo la barriera linguistica, mira alla creazione di un rilevante numero di siti di informazione digitale. Tale strategia si realizza attraverso la pubblicazione di notizie nella lingua del Paese target, spesso traducendo articoli pubblicati sui mezzi di informazione sotto il controllo del Partito Comunista Cinese (PCC).[15]

In termini finanziari, non passa inosservata la presenza del conglomerato Xinhua, la più nota e antica agenzia di stampa ufficiale della RPC; e di StarTimes, azienda attiva nella installazione di antenne paraboliche utili a connettere il sistema audiovisivo africano con quello cinese.[16] L’attenzione del Dragone è rivolta particolarmente al contesto egiziano, dove la cooperazione tra media locali e cinesi ha raggiunto livelli significativi: risulta evidente la collaborazione tra giornalisti e redattori dei due Paesi e l’esistenza di accordi di cooperazione come quello in atto tra Xinhua e Daily News Egypt.[17]

L’Hyrid Warfare secondo il renminbi

L’Hybrid Warfare nel bacino Mediterraneo non si concentra esclusivamente nei confronti dell’influenza politica e informatica, ma corre parallelo alle attività di guerra economica. Nella dimensione in analisi, Pechino dispone di strumenti più efficaci rispetto a Mosca. Nello specifico, la guerra economica può essere analizzata secondo tre direttrici: l’interdizione coatta ai mercati e alle risorse strategiche presenti nella regione ai danni di attori economici occidentali, la militarizzazione delle risorse energetiche, finanziarie, infrastrutturali e minerarie allo scopo di indebolire l’avversario e, infine, l’utilizzo della leva economica come strumento di influenza politica dei Paesi euro-atlantici.

A rendere efficace l’azione cinese contribuisce, da una parte, la permeabilità del sistema di libero mercato presente tra gli attori euro-mediterranei e, dall’altra, la crescente necessità di capitali fondamentali per lo sviluppo di infrastrutture strategiche in gran parte dei Paesi dell’area. Ingenti investimenti cinesi si riversano in Egitto, basti pensare che la zona economica del canale di Suez è entrata a far parte della Belt and Road Initiative (BRI) nel 2019. [18] Gli investimenti cinesi nel Paese nordafricano sono aumentati negli ultimi anni (+317% tra 2017 e 2022) e Pechino si è imposta come primo partner commerciale.[19] Tra le imprese spicca la Xinfeng Egypt che investirà 1,65 miliardi di dollari nella zona economica del Canale per creare un complesso industriale integrato.[20]La presenza economica cinese cresce anche nel quadrante del Mediterraneo orientale, percepito come potenziale ponte verso l’Europa: gli investimenti diretti esteri cinesi tra il 2007 e il 2021 si sono concentrati in Turchia, Grecia e Israele.[21]

È possibile delineare una strategia generale per quanto concerne gli investimenti cinesi, i quali si concentrano prevalentemente nel settore delle infrastrutture, in primis le aree portuali. Si sono registrate presenze di capitali cinesi, spesso tramite l’azienda leader del settore logistico-marittimo China Ocean Shipping Company (COSCO), nella quasi totalità dell’area, tra cui in Spagna, Francia e Italia.[22] Nello specifico, dal 2017, una parte dei terminal dei porti di Valencia, Bilbao e Barcellona sono sotto l’amministrazione di holding cinesi, mentre in Francia 8 terminal del porto di Marsiglia sono stati acquistati, nel 2019, dalla China Merchants Group. Anche in Italia si è confermata tale tendenza con l’acquisto del terminal container da parte di COSCO (40%) e Qingdao Port (9,9%) nel porto di Vado Ligure, nel 2016. [23]

Il motore principale di questa penetrazione è stata la sempre maggiore richiesta di energia, trasformando la regione in un punto cruciale per le forniture di Pechino. Nel 2023, infatti, oltre la metà delle importazioni di petrolio cinese proveniva dai Paesi dell’area, con l’Arabia Saudita, l’Iraq e gli Emirati Arabi Uniti in testa. [24] Inoltre, la BRI ha visto un impegno finanziario cumulativo sempre maggiore specialmente nelle infrastrutture – ferrovie e porti – e nell’energia, sia petrolio sia energie rinnovabili.

Oltre gli investimenti, la Cina agisce attraverso la militarizzazione del commercio, sfruttando le ampie reti di scambio e la propria posizione dominante sui mercati internazionali per imporre pressione su un target mirando a modificarne il comportamento o perseguire obiettivi politici più ampi. Settori critici sono l’approvvigionamento delle materie prime critiche e il settore high-tech. Pechino detiene una posizione di forza in quanto principale attore nei processi di raffinazione in più di quindici di esse. Molti Paesi della regione, nonostante siano in possesso di miniere estrattive, dipendono dalla Cina per la raffinazione, mancando del know-how e delle capacità a livello nazionale, determinando una relazione di dipendenza con Pechino rendendo il Dragone un attore dominante.[25]

In questo contesto, la penetrazione cinese nel settore minerario africano ricalca gli stessi obbiettivi strategici russi, ossia l’affermazione di una posizione dominante nel settore delle materie prime critiche su scala globale che, in caso di necessità, possa essere militarizzata per impedire l’accesso europeo e statunitense a tali risorse.

Conclusioni

La portata della guerra ibrida russa e cinese deve essere misurata non soltanto in chiave presente e contingente, ma soprattutto in una prospettiva futura. Il caso del Sahel e della Libia permettono di comprendere la concretezza del rischio di contagio dell’autoritarismo e dell’antioccidentalismo in tutta la regione del Mediterraneo Allargato e, contemporaneamente, della promozione di strutture e arene internazionali alternative a quelle sponsorizzate dal blocco euro-atlantico, come i BRICS.[26]

Ulteriore elemento impossibile da ignorare è la crescente attrattività del modello economico della Repubblica Popolare Cinese. Ad oggi, l’ideologia e la proposta politico-economica cinese costituisce una fonte di ispirazione ed un traguardo ambito dai Paesi africani che sperano di ripercorrere le orme del Dragone, passato da un’economia in via di sviluppo ad una consolidata, prospera e innovativa realtà globale.

Nel complesso, il modello di sviluppo promosso da Russia e Cina appare predatorio e, soprattutto, non produce ritorni diffusi e positivi sulla maggioranza della popolazione. Lo sfruttamento delle risorse naturali ha limitati impatti occupazionali e tende ad arricchire esclusivamente le élite di potere e i sistemi oligarchici locali, non risolvendo i problemi sociali e non incentivando lo sviluppo di capacità economiche complesse in grado di assorbire la manodopera africana e produrre valore aggiunto sul territorio. Inoltre, la legittimazione e la protezione garantita a sistemi di potere illiberali e discriminatori aumenta il grado di alienazione politica e sociale dei popoli dei Paesi in analisi.

Risulta doveroso sottolineare come l’espansione delle attività russe e di altri attori ostili nel vicinato meridionale europeo sia stata concausata dalla scarsa resa delle politiche dei Paesi dell’area europea, incapaci di supportare modelli di governance virtuosa, di contribuire alla stabilizzazione di aree critiche a causa dell’insorgenza armata e del terrorismo e di emanciparsi dall’essere etichettata come “predatoria e neocolonialista” da parte della società civile e delle classi dirigenti dei Paesi africani in questione.


Cover image: Personnel of the Russian and Chinese militaries drive with the national flag of Russia (C) and the official flags of the armed forces of Russia (L) and China (R) following the Vostok-2018 drills in eastern Russia, September 13, 2018. The joint Russian-Chinese-Mongolian exercise was described as the largest in Russia’s modern history. Russian Ministry of Defense

[1] Istituto di Ricerca e Analisi della Difesa (IRAD), gennaio 2024, Influenza russa e cinese nel Mediterraneo: ruolo e interessi strategici della Russia e della Cina nelle tensioni regionali, 74ª sessione di studio, a cura del 2º gruppo di lavoro dell’Istituto Alti Studi per la Difesa, edizione, p. 45

[2] Di Liddo, Marco Dentice, Giuseppe; Marino, Tiziano; Panero, Emmanuele; Fordea, Alexandru- maggio 2024, “Mediterraneo: area di guerra ibrida”, Osservatorio di Politica Internazionale, p. 8.

[3] Gay, Mario. Ottobre 2022. “Le minacce ibride: NATO e UE si mobilitano per la guerra del terzo millennio.” IRIAD Review, no. 10/11: 37.

[4] Osservatorio di Politica Internazionale Op. cit., p 9.

[5] Istituto di Ricerca e Analisi della Difesa (IRAD), op. cit., p. 38

[6] Bilal, Arsalan.26 Aprile 2024, “Russia’s Hybrid War against the West” NATO Review, https://www.nato.int/docu/review/articles/2024/04/26/russias-hybrid-war-against-the-west/index.html

[7] Ibidem.

[8] Sacchi, Maurizio, 06 maggio 2024, “La Russia in Africa: armi per oro e uranio”, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo. https://www.atlanteguerre.it/la-russia-in-africa-armi-per-oro-e-uranio/

[9] Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, luglio 2024, Le sfide del Mar Rosso: Interessi, connettività e conflitti tra Bab al-Mandab e il Canale di Suez.

[10] Gaiani, Gianandrea, 31 dicembre 2024, Senegal e Ciad cacciano i francesi. Come Macron ha perso l’Africa, La nuova bussola quotidiana, https://lanuovabq.it/it/senegal-e-ciad-cacciano-i-francesi-come-macron-ha-perso-lafrica

[11] Herpolsheimer, Jens, 18 aprile 2024, ECOWAS: Una regione e un’organizzazione al bivio, ISPI. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ecowas-una-regione-e-unorganizzazione-al-bivio-170591

[12] Ibidem.

[13] Africa Center for Strategic Studies. 2024. Mapping a Surge of Disinformation in Africa. Africa Center for Strategic Studies https://africacenter.org/spotlight/mapping-a-surge-of-disinformation-in-africa/#Data.

[14] Kahura, Dauti. 02 maggio 2019. “Enter the Dragon: China’s Media War in Africa.” The Elephant. https://www.theelephant.info/analysis/2019/05/02/enter-the-dragon-chinas-media-war-in-africa/;

Numerosi giovani giornalisti africani ricevono formazione in Cina e sono remunerati da enti mediatici cinesi. In Kenya, ad esempio, circa 500 giornalisti e personale locale sono impiegati da agenzie mediatiche cinesi, con una produzione mensile di circa 1.800 articoli giornalistici;

Africa Center for Strategic Studies. 2023. China’s Influence on African Media. https://africacenter.org/spotlight/chinas-influence-on-african-media/;

Dipartimento di Stato USA, 2023, “How the People’s Republic of China Seeks to Reshape the Global Information Environment”.

[15] Osservatorio di Politica Internazionale, op. cit., p. 12.

[16] Nantulya, Paul. 16 aprile 2024, “China’s Strategy to Shape Africa’s Media Space”, Africa Center.  https://africacenter.org/spotlight/china-strategy-africa-media-space/   

[17] Daily News Egypt, Xinhua delegation visits Daily News Egypt, discusses media landscape, 2024. https://www.dailynewsegypt.com/2023/11/13/xinhua-visits-daily- news-egypt/.

Xinhua, 2023. “Interview: Media Influential in Shaping Visions, Conveying Truth: Egypt’s State Media Official.” Xinhua News, 2023. http://www.news.cn/english/2021-11/23/c_1310326427.htm.

[18] Casale, Enrico, 18 dicembre 2024, Egitto: 2 miliardi di dollari in investimenti cinesi per industria e infrastrutture, Africa e Affari. https://www.africaeaffari.it/egitto-2-miliardi-di-dollari-in-investimenti-cinesi-per-industria-e-infrastrutture/#:~:text=Egitto%3A%202%20miliardi%20di%20dollari%20in%20investimenti%20cinesi%20per%20industria%20e%20infrastrutture,-Facebook&text=L’Egitto%20è%20pronto%20ad,i%20due%20miliardi%20di%20dollari.

[19] Maher, M., and Farid, M. 27 aprile 2023, “The Growth of Chinese Influence in Egypt: Signs and Consequences” The Washington Institute, https://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/growth-chinese-influence-egypt-signs-and-consequences.

[20] Casale, Enrico. op. cit.

[21] Bastian, Jens. 2022. “The Dragon Reaches the Eastern Mediterranean: Why the Region Matters to China” Comparative Southeast European Studies 70, no. 3: 486-515. https://doi.org/10.1515/soeu-2021-0079.

[22] Ghiretti Francesca, Helena Legarda, Grzegorz Stec, and Abigaël Vasselier. 31 ottobre 2023, “Profiling Relations of European Countries with China” MERICS, https://merics.org/en/profiling-relations-european-countries-china.

[23] Ghiretti, Francesca. Aprile 2021, “L’iniziativa Belt and Road in Italia: i porti di Genova e Trieste”, Istituto Affari Internazionali (IAI), https://www.iai.it/sites/default/files/iaip2117_it.pdf.

[24] Ardemagni, Eleonora. 7 ottobre 2024, “Il Golfo e la Cina: una sfaccettata relazione di necessità”, ISPI. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-golfo-e-la-cina-una-sfaccettata-relazione-di-necessita-186276

[25] Castillo, Rodrigo, e Caitlin Purdy. 01 agosto 2022, “China’s Role in Supplying Critical Minerals for the Global Energy Transition”, Brooking Institution. https://www.brookings.edu/articles/chinas-role-in-supplying-critical-minerals-for-the-global-energy-transition-what-could-the-future-hold/.

[26] “BRICS è un acronimo che individua cinque paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) accomunati da simile condizione di economie in via di sviluppo, popolazione numerosa, vasto territorio, abbondanti risorse naturali strategiche e sono stati caratterizzati, nell’ultimo decennio, da una forte crescita del PIL e della quota nel commercio  mondiale.” Camera dei deputati, https://leg16.camera.it/465?area=2&tema=760&BRICS+%28Brasile%2C+Russia%2C+India%2C+Cina+e+Sudafrica%29

Nicola Scaraggi Avatar